La prima volta

La prima volta è stata a 13 anni.

Attraversavo la strada sotto casa mia per raggiungere il giornalaio e acquistare l’ultimo numero di un fumetto. Nello stesso istante un uomo sulla 50ina stava partendo dall’opposto marciapiede, con moglie e bimbo al seguito. Ricordo il suo sguardo morboso su di me, un certo sorriso tagliente, le narici leggermente dilatate e poi gli occhi della compagna, affaccendata e distante, ignara di tutto. Ricordo anche che mi sentii sporca e sbagliata, senza nemmeno sapere bene perché. Una vaga nausea si insinuò in quella giornata. La prima di tante. Un fastidio indecifrabile, ambiguo, misto a senso di colpa, al quale poi – è questa la parte peggiore – ti abitui.

Ti abitui a ricevere quegli occhi giorno dopo giorno, ad accumulare frasi e parole che non riesci nemmeno troppo bene a collocare, ad assorbire pensieri e immagini che non t’appartengono ma che s’imprimono come marchi e alla fine, almeno un po’, ti definiscono. Quella prima volta diventa un’infinità di volte. E così, cominci a cedere ogni volta un cm in più del tuo corpo, pezzetto dopo pezzetto, finché smette di appartenerti. Lo senti che è così, lo sai e ti chiedi come sia potuto succedere e perché.

Da quando queste gambe prima così veloci e scomposte, pronte a inseguire, arrampicarsi ovunque e piegarsi nelle pose più buffe, sono divenute oscene, pericolose quasi?

Da quando questi capelli, un tempo liberi di cadermi addosso in mille trecce e nodi, sono reti d’intralcio che mi rendono, in qualche modo, prigioniera?

Da quando questi occhi curiosi e appassionati devono scegliere con cura e attenzione su cosa posarsi?

Da quando questo petto fiero, custode di pomeriggi d’aria e sole, fango e rincorse, dev’essere nascosto?

Da quando questo corpo che vorrei continuare a esplorare e portare a spasso con orgoglio nel mondo ha bisogno d’esser censurato, celato, confinato, modificato?

Il primo sguardo ti insegna che qualcosa è cambiato.

La prima parolama che significa? – ti dice che il tuo corpo non sei tu, è altro da te, e cosa lo decidono loro.

La prima mano ti fa capire che devi necessariamente occupare il posto che ora ti spetta. Perché quando non lo fai, è questo quello che succede.

Allora lentamente, da ragazza con le trecce raccolte che si rotola nel prato urlando più forte dei maschi, ti trasformi in qualcos’altro. Non sai nemmeno bene tu in cosa, semplicemente inizi ad accomodarti in recinti scelti per te e a farti piccola. Ecco che cominci a pensarti sempre e solo in funzione dello sguardo maschile, in perenne scrutinio, e a definirti per sottrazione e negazione. Il tuo corpo diventa allo stesso tempo qualcosa da disprezzare e venerare, in base a cosa riesce a suscitare in chi ti sta davanti. È un corpo scandaloso, da normare e contenere, coprire ma anche scoprire, a comando. Un corpo da preservare ma non troppo, concedere ma non quando lo vuoi per davvero, perché non devi essere un animale. Tu sei molto di più, sei un angelo, una madonna da proteggere e tutelare. Ma sei anche una puttana, non lo scordare mai. Ed esiste una prima volta per chiunque decide che è suo dovere fare in modo che questo non accada.

Te lo ricorda il conducente del bus.

Te lo ricorda quello che diceva di essere tuo amico.

Te lo ricorda la tua amica.

Te lo ricordano mamma e papà.

Te lo ricorda la scuola, l’ospedale, il consultorio.

Te lo ricorda il tuo ragazzo.

Te lo ricorda l’estraneo dalla macchina.

Te lo ricorda il tipo in discoteca che ti ha messo una mano in mezzo alle gambe come fosse il più naturale e scontato dei gesti.

Te lo ricordano quando sei in minigonna, ma anche in tuta.

Te lo ricordano quando indossi il rossetto o quando esci solo con un filo di crema sul volto.

Te lo ricordano quando vorresti ribellarti, ma hai paura e allora stai zitta.

Te lo ricordano quando lo fai e diventi allora un’insopportabile minaccia all’orgoglio virile ferito.

E tu, nel mentre, sogni quella bambina lì, quella che viveva tra breccia e alberi come una cucciola di lupa. Quella che si guardava in mezzo alle gambe stupita, che si legava i capelli in code così spesse e alte da sembrare serpenti e che non aveva paura di gridare più forte, mostrare i denti o essere sconveniente. Sogni quel corpo antico e ti sembra un’altra vita quando era corpo che cadeva, si apriva scomposto, espandendosi in gesti spontanei.

La sogni a lungo, poi te la dimentichi. O così credevi.

Clarissa Pinkola Estes scrive in Donne che corrono coi lupi che arriva un momento in cui nascondere coda e orecchie diventa impossibile: esse continuano a spuntare, a fare capolino da cappelli e gonne, tra alibi e insicurezze. E se sei pronta riesci a intravederle e a dar loro un motivo per restare.

Le ho sentite riemergere e liberarsi da lacci e nastrini la prima volta che ho avuto il coraggio di offrire al mondo qualcosa che non era ancora pronto a ricevere. Non più solo paura e frustrazione, ma la gioia di sentire il mio corpo tra i polpastrelli e amarlo senza bisogno di uno sguardo esterno che mi desse il permesso per farlo; la fierezza nel dire che sì, sono senza dubbio puttana, se questo è l’appellativo che altri hanno scelto per le donne che coltivano i propri desideri con fantasia e onestà; la consapevolezza di non essere sola in questa faccenda e di pensare l’altra come specchio e non come rivale.

Ecco la mia risposta, oggi, a chi mi voleva solo vittima in posa: un sorriso di bambina sporca e curiosa che non obbedisce agli ordini perché ha compreso di avere davvero tanto, troppo da perdere.

Quante prime volte ci sono volute, nel bene o nel male, per arrivare a capirlo.

[Immagine in evidenza: illustrazione di Shaza Wajjokh]

Non perderti nemmeno una briciola di bellezza resistente.